“WOLF’S EYES” – Recensione


Prince

 

Recensione Opera

 “Wolf’s Eyes”

 

Mi sono cimentato nella lettura di questo romanzo con non poca diffidenza.

Non che sia uno che “ghettizzi” alcuni tipi di opere ma, leggendo “collana: fantasy” mi si stava rivoltando lo stomaco. Diciamoci la verità: dei fantasy, almeno di quelli che ci vengono proposti a raffica dai media e/o sugli scaffali delle librerie ci siamo pieni le scatole. Tuttavia, la copertina del libro (molto dark, tinta da oscure tonalità gotiche) e, soprattutto, la descrizione dello stesso posta sul retro (“…. Non è semplicemente un romanzo “fantasy”…..).

Insomma: è o non è un fantasy? Ho dato un sfogliata sommaria e, la prima cosa che mi è balzata agli occhi è stata una lunga “Premessa e Guida alla Lettura”. Quasi dovessi cimentarmi nel dover leggere un’opera saggistica piuttosto che un  romanzo.

Fatta questa premessa, devo dire, immediatamente, che i primi tre capitoli di “Wolf’s Eyes” mi hanno completamente fatto rimbecillire. L’uno completamente slegato dall’altro. Nel primo si assiste ad una sorta di lotta tra Angeli buoni e angeli ribelli, così come riportato nella già citata “premessa”. Una sorta di Apocalisse che “fu” prima della scacciata di Satana dal Regno dei Cieli. Nessun dialogo, solo narrativa. Ci si concentra molto sui dettagli che, pian piano, riaffioreranno lungo la storia, molto epico e battagliero (ma non voglio anticiparvi nulla) e con una sorta di “stand by” tra le due fazioni (il bene e il male). Il secondo capitolo, invece, molto più breve, ci trasporta ai giorni nostri. Un ragazzo che piange la sua amata sotto un cielo crepuscolare. Commovente.

Il terzo capitolo, invece, corrisponde al vero inizio della storia. Una storia che vedrà intrecci su intrecci, con trame e sottotrame. Una storia che vede come protagonista centrale un ragazzo apparentemente “senza nome” o, meglio, con un nome che preferisce non rivelare poiché, a suo dire, non vuol dire nulla. È italiano di origine ma si ritrova in California, i una località che, l’autore, ha preferito inventare e rendere immaginaria, “Liberty Ville”.

Non voglio adesso raccontarvi tutti i capitoli che compongono “Wolf’s Eyes,”, sarebbe stupido. Mi soffermerei, invece, molto, anzi, moltissimo, sulle enormi capacità che, l’autore,Antonio Moliterni, ha avuto per poter scrivere l’opera. Un’opera dietro la quale ci saranno voluti mesi di ricerche, poiché molto incentrata sulla conoscenza della religione e dell’intera Cosmologia Taoista orientale. Parole come “Yin”, “Yang”, “Chakra”, “Aura” e via dicendo, apparentemente senza senso per noi occidentali, forse troppo evoluti opera comprenderle ma, dannatamente così vere (ora mi spiego come fanno i giapponesi a spaccare con una mano una dozzina di mattoni in cemento: usano l’energia interiore, il “Ki”).

Ed è così che Stray (che significa “selvaggio”), lo pseudonimo del protagonista, ci trasporta lungo la storia. Impossibile non leggerlo tutto d’un fiato, specie nel punto focale della situazione laddove iniziano a fiorire molti misteri che appartengono al passato del protagonista che non ricorda o che ricorda solo in parte. Perennemente ossessionato dagli incubi, saprà, man mano, districarsi per poi riuscire a recuperare la memoria. Ma non lo farà da solo.

Si, perché “Wolf’s Eyes” mette in gioco anche situazioni sentimentali come l’amore, l’amicizia, il tradimento, l’odio sfatando, altresì, il mito secondo cui il protagonista deve essere “bello, alto, forte e muscoloso”. Stray, invece, è un ragazzo normalissimo, un po’ suonato all’apparenza (non smette mai di parlare), appassionato di musica rock e metal (ossessionando sino alla fine le altre due protagoniste principali, Kimberly , della quale si innamorerà, e Sarah, sorella minore di quest’ultima).

Altro aspetto da non sottovalutare assolutamente è l’aver saputo intrecciare filosoficamente e matematicamente (io che scrivo e, ancor prima l’ho letto, non riesco a crederci!) gli stili di vita, le filosofie e le religioni occidentali e orientali (Taoismo e Cristianesimo) senza entrare nel merito delle stesse, apprezzandole entrambe dicendo che “ognuna completa l’altra”.

Ma i veri colpi di scena si scatenano nel finale. L’incontro con il lupo che avrà un ruolo decisivo in tutta la storia (lupo che a lui sarà legato e che egli chiamerà Prince), lo scontro di Stray contro le forze del male (si, perché il nostro metallaro è anche un “pericoloso” karateka, tanto da sbarazzarsi di 5 persone completamente da solo), il risveglio delle forze del male e di quelle de bene fino allo scontro finale. Uno scontro all’ultimo sangue dove, il vero colpo di scena, quello che ti stende, quello che mai ti aspetteresti, è di Sarah che…… lo scoprirete solo leggendo.

Decisamente, questo libro avrebbe ottime potenzialità per diventare un film in piena regola, nel quale Sarah vincerebbe l’Oscar come “Miglior Attrice non Protagonista”!

Il finale? Ci lascia di stucco perché…. Perché di “Wolf’s Eyes” è previsto un sequel.

Un finale in cui il bene trionfa ma non “come avrebbe dovuto trionfare”. Un finale aperto che lascia, il sottoscritto, molto speranzoso. Perché, se come si mormora, il sequel concluderà la saga, mi aspetto e pretendo un  seguito almeno all’altezza del primo romanzo se non oltre, con tutti i colpi di scena che mi hanno tenuto incollato al libro per i quali, finalmente, i soldi spesi sono stati investiti bene.

E con l’ulteriore augurio che, Antonio Moliterni e “Wolf’s Eyes”, riescano, quanto prima, a trovare una buona Casa Editrice che possa acquistare  questo stupendo romanzo autoprodotto, un romanzo conosciuto solo in una sorta di underground di scrittori esordienti, tale da poter dar sfogo a tutte le sue potenzialità, scalando tutte le classifiche e superando abomini quali “Twilight” o maghetti con bacchette magiche pronti a far uso di magie che, sinceramente, mi irritano e mi mandano in bestia.

Auguri Antonio eAuguri “Wolf’s Eyes”!

Un’ultima nota la spendo nella scelta, a mio parere geniale, del titolo dei capitoli. Ogni capitolo ha il nome di una canzone rock o metal (c’è anche spazio per band quali Pink Floyd, The Doors, Jethro Tull e compagnia!), stile narrativo unico, nuovo concepimento del concetto di “fantasy” e… nuova concezione di “Capitolo”. Ripeto: geniale!

 

Dott. Vito Iacovone

 

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WOLF’S EYES – La Recensione


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PRESENTAZIONE OPERA “WOLF’S EYES”

DI ANTONIO MOLITERNI

 

Wolf’s Eyes è un romanzo ambizioso che si propone di trattare svariate tematiche che vanno dall’intrattenimento alla filosofia e religione. Anzi: partendo da un lavoro di ricerca all’interno di leggende nordiche aventi il lupo per protagonista, si dà vita a un personaggio dotato di caratteristiche non nuove, ma sviluppate e descritte in maniera originale tanto da conferire una ventata di aria fresca a un protagonista che in tal modo non risulta stereotipato.

L’originalità consiste nel collocare il personaggio principale, Stray, in un contesto contemporaneo ben preciso, ma non l’unico, e di attribuirgli dei gusti e delle proprietà intellettuali al di sopra della media dei comuni esseri umani. In questo modo, si dà vita a un simpatico karateka-metallaro, ma si gioca anche con le sue contraddizioni: intellettualmente curioso e colto da un lato, disordinato e stralunato dall’altro. Combinazioni che danno vita a un personaggio singolare e affascinante.

L’autore stesso parla di un’opera innovativa, e lo è, in quanto si discosta da personaggi ormai inflazionati nel loro eroismo scontato e nei loro poteri sovrannaturali sfruttati. Tutto ciò grazie all’ironia e a un senso dell’umorismo ben disseminati lungo l’intero svolgimento della vicenda.

Se nelle vicissitudini avventurose di Stray risiede la parte di intrattenimento del romanzo, nel trattare tematiche filosofiche e religiose risiede invece la parte più impegnata dell’opera, in quanto si espongono concetti importanti che appartengono alla filosofia taoista e, in generale, a quella orientale. Inoltre, si avanzano riflessioni su temi anche spinosi quali l’interesse di una persona verso due religioni apparentemente inconciliabili tra loro – come quella cristiana e quella taoista –, così come si cerca di avanzare ipotesi sull’origine dell’universo. Riguardo a ciò, basti citare un punto preciso per rendersi conto delle riflessioni che vi si possono trovare: In verità, gli esseri più piccoli dell’universo siamo proprio noi, gli uomini. Quando pensiamo ai miracoli, noi uomini ci immaginiamo chissà quali grandi prodigi senza neppure renderci conto che il più grande prodigio avviene tutte le mattine ogni qualvolta, aprendo gli occhi, veniamo scaldati dalla luce del sole e respiriamo la fresca brezza della giornata. Non è forse questo il più grande, seppur invisibile, prodigio che Dio possa regalarci ogni giorno, costantemente e instancabilmente?

Ma si fa anche di più: si colloca Stray all’interno di un’epica lotta tra il bene e il male che ricalca quella avvenuta tra gli angeli ribelli di Lucifero e quelli dell’arcangelo Michele, spunto di ulteriori riflessioni sullo scontro del bene e del male presenti nel mondo in altre vesti. “Bene” e “male” da intendere non solo in accezione morale, ma anche come dicotomia tra amore e odio.

Allo stesso modo, viene dato spazio anche al concetto di “apparenza”, legato allo straniero che deve farsi accettare dagli altri superando i loro pregiudizi e, in questo romanzo, molti luoghi comuni vengono rovesciati e molti colpi di scena vengono regalati.

Il linguaggio e lo stile del romanzo sono anch’essi originali. Rispettando, nella totalità dell’opera, il ritmo necessario a un racconto avventuroso ed epico, alcuni dialoghi tra Stray e gli altri personaggi, specie femminili, assumono invece la veste del monologo, comunque altrettanto necessario per la narrazione di antefatti e per la spiegazione di concetti funzionali all’opera stessa.

Inoltre, ogni capitolo è intitolato prendendo in prestito un’omonima canzone di tipo metal e hard rock, scelta che personalizza ulteriormente lo stile dell’autore.

Infine la vicenda non termina in maniera definitiva, in quanto il finale resta aperto e un sequel porterà nuovi colpi di scena, da un lato, e chiarirà dei misteri, dall’altro.

Dott.ssa Tiziana Cappellini